L’ufficiale che abitò nell’area archeologica tra le più belle d’Italia, la Città dei Templi
Irrinunciabile tappa del Grand Tour, celebrata da J. Von Riedesel e J.W. Goethe, la Sala dei Sarcofagi della Cattedrale è stata dopo decenni ricostituita e riaperta al pubblico per la gioia di tutti gli appassionati di cultura e bellezza. Il diario di questa ricomposizione è avvincente e rappresenta l’epilogo felice di una storia che inizia nel ‘700. Nel XVIII secolo i giovani di mezza Europa completavano la loro formazione con un viaggio nel meridione d’Italia. L’itinerario era studiato in funzione della visita ai monumenti di età classica e la Sicilia essendone ricchissima diventa meta irrinunciabile di un vero e proprio Tour. Le opere del Winckelmann, in particolare Anmerkungen über die Baukunst der alten Tempel zu Girgenti in Sicilien, diffondono in Europa una nuova concezione dell’architettura e dell’arte greca considerandola espressione di ineguagliabile grandezza. In questo clima di rinnovamento culturale e di grande interesse per l’antichità, la Cattedrale di Agrigento si arricchisce di rare testimonianze classiche legate all’arte funeraria: quattro sarcofagi marmorei, di cui, due di età greca e due di età romana, destinati ad usi liturgici.
Tra i primi viaggiatori a giungere nella Città dei Templi vi fu il Barone J. Von Riedesel che nel 1767 ammira “nel luogo che attualmente serve da fonte battesimale, uno dei più eccellenti, forse addirittura il più bello di tutti i bassorilievi antichi di marmo, che la furia del tempo ha risparmiato“. Dopo di lui, nel 1787, con lo stesso incanto negli occhi, Goethe annota sul suo diario di viaggio la meraviglia suscitata dal Sarcofago di Ippolito e Fedra: “Credo di non aver mai veduto nulla di più superbo in fatto di bassorilievi”.“L’opera è perfettamente conservata; per me la ritengo un modello del periodo più leggiadro dell’arte“. Un capolavoro di età Imperiale che racconta con bassorilievi di sublime bellezza il mito di Ippolito e Fedra. La dinamica disposizione delle figure, l’armonia delle forme, l’espressività delle figure evocano stupore ed una partecipata pietās alla tragica vicenda dei due giovani, annientati da un amore proibito, non corrisposto.
Il Sarcofago di Ippolito e Fedra racconta il mito nella sua versione più moralizzante e aristocratica, quella che la cultura romana d’età imperiale, in continuità con la tradizione tragica greca d’età classica, privilegiava nei monumenti funerari. I bassorilievi raffigurano Fedra mentre affida alla nutrice la lettera con la sua dichiarazione d’amore per il figliastro Ippolito: un gesto indiretto che la mantiene nell’ombra del pudore e dell’imbarazzo. Al centro della composizione domina invece Ippolito, giovane cacciatore e cavaliere, modello di virtù e integrità morale. Il programma iconografico propone così una lettura del mito in cui la passione di Fedra appare come elemento perturbante, mentre Ippolito incarna il valore da celebrare. Questo programma iconografico richiama l’Ippolito incoronato di Euripide (428 a.C.), dove il dramma della regina cretese si consuma sotto il peso della colpa e del destino.
Nel solco dell’Hippolytus di Seneca, che già aveva restituito alla protagonista maggiore centralità, l’opera pittorica “La Confessione di Fedra” di Benedetto Poma (2025), recentemente acquisita dal MUDIA ed esposta nella stessa sala, instaura un dialogo artistico e simbolico con il sarcofago, ribaltandone la prospettiva.
Accogliendo le diverse stratificazioni iconografiche del mito, Benedetto Poma colloca Fedra al centro della scena, eretta nella sua dignità regale e avvolta in un peplo rosso, colore dell’amore e al contempo del martirio. Non più autrice di una lettera sconveniente affidata ad altri, ma protagonista consapevole della propria confessione e del proprio destino.
Ai suoi piedi i cirnechi, eredi degli stessi antichi levrieri raffigurati nel sarcofago accanto a Ippolito, ora la vegliano come custodi silenziosi: i cani del cacciatore diventano così i guardiani dell’eroina, in un sottile ribaltamento iconografico dei ruoli. Accanto a lei gli astanti pietosi evocano la nutrice e il compianto per la morte di Ippolito, travolto dal suo carro. Sullo sfondo Afrodite, con il pomo del destino tra le mani, richiama la volontà divina che ha indotto la tragedia, mentre tra le vestigia di Akragas affiora l’arco di Diana, dea protettrice di Ippolito.
Il dialogo tra le due opere, separate da quasi due millenni ma riunite nella stessa sala, restituisce due diverse letture del mito: da un lato quella antica, che privilegia la figura di Ippolito e relega Fedra ai margini della scena; dall’altro quella contemporanea, che le restituisce voce, corpo e tragica grandezza. Due epoche, due sguardi sul femminile, una stessa storia che continua a interrogarci.
Nell’epoca del Grand Tour, grazie alle testimonianze dei viaggiatori, la Cattedrale diviene ben presto un tappa obbligata, un ideale completamento della loro visita alla Valle dei Templi: oltre alla lussureggiante bellezza dei Templi dorici nella valle, essi potevano infatti ammirare sul colle, all’interno della Cattedrale, il Sarcofago di Fedra ed altri tre gioielli archeologici.
Uno è il sarcofago delle “Donne Coronarie”: un piccolo sepolcro del III sec. d.C. a forma di tinozza mirabilmente scolpito sull’area esposta e raffigurante al centro il volto del defunto, un notabile romano, attorniato da scene di vita rurale con due donne intente a intrecciare corone: scena che ha dato il nome al reperto. E due sarcofagi a cassa dalle forme semplici e lineari di età greca ( IV sec. a.C.) di cui uno completo di coperchio e decorato con motivi pittorici ancora visibili in più punti. Il grande richiamo esercitato sui viaggiatori dal Sarcofago di Fedra e dagli altri preziosi reperti custoditi in Cattedrale dà impulso ad una raccolta museale che nei secoli successivi – arricchendosi di altri preziosi oggetti di epoche diverse – porta all’istituzione del MUDIA: Museo dei Tesori della Cattedrale. Nel 1966 a causa di una frana sul colle dove insiste la Cattedrale, i beni culturali della Diocesi vengono trasferiti, per maggiore custodia, presso altri luoghi e istituzioni. La collezione classica dei Sarcofagi viene ospitata per quarant’anni tra la Chiesa di San Nicola e il contiguo Museo Archeologico Regionale “Pietro Griffo”. Oggi, grazie al progetto di valorizzazione museale Arkeo&Fede, questi quattro gioielli archeologici ritornano alla Cattedrale per essere ammirati all’interno di una sala intima e curata, allestita sulla navata nord. La Sala dei Sarcofagi della Cattedrale torna dunque ad essere una tappa irrinunciabile di una visita ad Agrigento così come il contiguo Museo Diocesano (MUDIA) in cui potrete ammirare tutti gli altri preziosi oggetti d’arte e fede che costituiscono il Tesoro della Cattedrale.
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