Alla scoperta di Palma di Montechiaro la Città del Gattopardo
Pare che Giuseppe Tomasi di Lampedusa, noto autore del “Il Gattopardo”, tra tutti i suoi scritti amasse particolarmente il racconto di Lighea. Una avvincente storia d’amore in cui un giovane studente di greco che si stava preparando a sostenere una prova d’esame, fece il più straordinario degli incontri impossibili nel mare di Sicilia, quello con una Sirena: “Sono Lighea, sono figlia di Calliope. Non credere alle favole inventate su di noi: non uccidiamo nessuno, amiamo soltanto”[…]”Sotto l’inguine, sotto i glutei il suo corpo era quello di un pesce, rivestito di minutissime squame madreperlacee e azzurre, e terminava in una coda biforcuta che lenta batteva il fondo della barca.”
Lighea è il racconto di un amore assoluto e soprannaturale, scritto negli ultimi mesi della vita dell’autore, il “testamento spirituale” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: la cronaca di una “fortuna terribile” che rende il protagonista Rosario La Ciura – futuro senatore e grecista di fama mondiale – un estraneo al mondo degli uomini dopo aver conosciuto l’amore di una Sirena.
Esiste un istante, nei pomeriggi d’estate della Sicilia, in cui il confine tra mare e terra svanisce sotto il peso di un sole implacabile. È in questo scenario dai confini sfumati che i luoghi letterari e quelli del retaggio familiare dell’autore sembrano confluire: le insenature cristalline di Augusta, conosciute in gioventù, sembrano fondersi con l’emozionante scoperta, nella maturità, dell’incantevole Baia delle Sirene sottostante il Castello di Palma di Montechiaro, appartenuto ai suoi avi. E’qui, tra le onde dell’anima e la risacca della memoria, che appare Lighea: emerge dalle acque e si aggrappa alla barca del giovane Rosario, mentre studiava greco, portando con sé il sapore travolgente del mare e dell’amore. Un’unione sensoriale e metafisica in cui la Sirena, figlia di Calliope, rivela al giovane una realtà diversa dove il tempo non esiste.
La fine dell’estate segna la loro separazione fisica, ma non quella dell’anima. Lighea torna negli abissi, ma lascia in Rosario un segno indelebile che orienterà l’intera sua esistenza.
Nella biografia di Giuseppe Tomasi di Lampedusa esiste una singolare “cesura” che tuttavia illumina il suo laboratorio creativo: il luogo dei ricordi più cari non coincideva con quello delle sue origini familiari. Per tutta l’infanzia e la giovinezza, il paradiso terrestre delle sue estati fu il sontuoso palazzo materno di Santa Margherita di Belice. Palma di Montechiaro, la culla storica, il feudo primigenio dei duchi suoi antenati rimase a lungo per lui un nome su vecchie carte notarili e memorie di famiglia.
La scoperta dei luoghi delle radici, che assunse i contorni di una vera rivelazione spirituale, avvenne solo tra il settembre e l’ottobre del 1955. Ormai cinquantottenne, nel pieno della gestazione de “Il Gattopardo”, lo scrittore compì due storiche gite a Palma di Montechiaro. Non possedeva più nulla in quelle terre, eppure l’accoglienza calorosa della popolazione e l’incontro con le monache di clausura del Monastero del Santissimo Rosario lo travolsero. Fu quel viaggio tardivo a innescare un subbuglio di memorie familiari che diedero un impulso decisivo alla sua scrittura. Nel celebre epistolario, lo scrittore stesso chiarisce il sincretismo di quella riscoperta: «Donnafugata come paese è Palma; come palazzo è Santa Margherita». La Palma reale, con le colonne del Duomo e il misticismo della Beata Corbera, offrì la scenografia monumentale e l’anima ancestrale del romanzo.
Qualcosa di simile sembra riproporsi nella genesi di Lighea “La Sirena”, il suo racconto più poetico, scritto due anni dopo la scoperta di Palma di Montechiaro. Sebbene la storia sia ambientata sulla costa ionica di Augusta, conosciuta dall’autore in gioventù, la Baia delle Sirene, ai piedi del Castello Chiaramontano di Palma, sembra custodire l’archetipo emotivo di quella costa selvaggia, dalle insenature cristalline, arsa da una «brutalità solare». D’altro canto, una leggenda locale narra che le sirene apparissero ai marinai e ai soldati del castello degli avi dello scrittore, incantandoli proprio sulla scogliera che ripara la cala. La Baia delle Sirene diventa così la matrice emotiva e simbolica di un ritorno a casa: un’estasi metafisica come il bacio di Lighea, capace di rendere ogni altra suggestione terrena un’ombra trascurabile.
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